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L’esotico in Matisse non assume altro significato se non in senso puramente decorativo; la sua ricerca del colore, la riduzione dei piani della rappresentazione ad uno unico tramite la coraggiosa abolizione della terza dimensione, la stilizzazione delle forme: a tutto ciò ha senz’altro contribuito la visione dell’arte africana, soprattutto della scultura ed di altro artigianato, come ceramiche, tappeti, stoffe provenienti dai suoi viaggi effettuati in Africa. Furono
così proprio gli oggetti di arte decorativa, più che i ricordi di viaggio,
a cambiare la sua immagine dell’ Oriente, e a condurlo, grazie anche all’esperienza
fauve, alla sempre maggiore semplificazione formale ed espressiva. |
Lo
studio della ceramica orientale suggerì a Matisse quelli che furono tra i principi
fondanti la sua poetica, ovvero i colori puri, applicati a grandi superfici,
la riduzione del disegno alla linea ornamentale dell’arabesco, il cui caratteristico
ghirigoro consente la resa di effetti vivaci pur restando leggeri e superficiali,
ed infine il tipico trattamento piatto dello spazio. Matisse apprese, inoltre,
dall’arte islamica, che l’opera figurativa non raffigura, ma lascia trasparire
il suo contenuto spirituale.
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Accanto alla ceramica, è il tappeto la fonte alla quale Matisse attinge per avvicinarsi alle atmosfere esotiche dell’Oriente. Ne è una significativa dimostrazione il dipinto “I tappeti rossi” (1906), che segna l’inizio della sua arte più propriamente decorativa. La pesantezza dei colori e la materialità degli oggetti raffigurati danno luogo a un’opera frutto di una ricerca ancora conflittuale.
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Con
la sua tridimensionalità la natura morta si ribella al completo assorbimento
nella decorativa rappresentazione formale dell’ immagine, ed anche le stoffe,
con le loro linee diagonali, e le pieghe, che solcano il panno verde in primo
piano, conservano una certa dimensione di profondità: la piattezza orientale
e la spazialità realistica lottano ancora per l’equilibrio.
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Di tre anni successivo è uno dei quadri più famosi di Matisse, “La danza”, di cui furono fatte due versioni; la versione definitiva si distingue per l’intensità dei colori: rosso anziché rosa, blu oltremare invece del celeste e verde smeraldo al posto del verde veronese. Ritroviamo questa scelta di colori anche in molte ceramiche e miniature persiane, che presentano fino al XIII secolo diversi esempi di pittura ornamentale a grandi superfici nei toni puri del blu, del verde e del rosso. “La
danza” |
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Le linee
sono ordinate in relazione alla superficie dipinta: si noti come le figure
laterali si incurvino per raccordare la linea verticale con quella orizzontale,
e come quelle superiori si pieghino e allarghino le braccia per adeguarsi
alla cornice, mentre la figura inferiore si proietta obliquamente da destra
verso sinistra per raccordare i due lati, imprimendo al tempo stesso una
forte spinta dinamica a tutta la carola dal sapore tribale e primitivo. “La danza(prima versione)” |
La monumentalità delle figure umane, la loro grandezza maestosa, risultano dal processo di sempre maggiore semplificazione dei mezzi pittorici: pochi colori stesi a grandi superfici, disegno ridotto alla semplice linea che delimita i contorni delle forme.
Nella
produzione di Matisse si alternano tuttavia fasi decorative ed altre realistiche;
opere che negano lo spazio reale e tendono verso l’astrazione si trovano spesso
di fronte ad altre nate da un’attenta considerazione della realtà e questa ambivalenza
è da interpretare come espressione del costante conflitto tra l’estetica orientale
e quella occidentale.
I soggiorni in Marocco (1911-12, 1912-13) portarono a Matisse nuove ispirazioni;
egli stesso racconta:
“I viaggi in Marocco mi hanno aiutato ad effettuare il necessario cambiamento,
e mi hanno riportato a più stretto contatto con la natura. Questo è più di quanto
mi fosse consentito dall’applicazione di una teoria viva, come quella del Fauvismo”.
Nella
rigogliosa vegetazione mediterranea dei giardini di Tangeri la sua arte trova
la propria corrispondenza ed i suoi dipinti risplendono di una nuova luce. Al
secondo soggiorno in Marocco risale la “Natura morta con arance”, dipinto carico
di colori e di luce.
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Matisse non farà più ritorno in Marocco, ma negli anni successivi della sua carriera i ricordi dei viaggi compiuti e delle atmosfere contemplate faranno più di una volta la loro comparsa: “I marocchini” (1916), in cui i colori divengono più cupi a causa di quella drammatica realtà presente che era la guerra, e la serie di odalische degli anni successivi. “I marocchini” |
“La
mia pittura, che era partita da una certa opulenza, si era sviluppata verso
la chiarezza e la semplicità. Era manifesta la volontà di fare uso dell’astrazione
dei colori e delle forme ricche, calde e voluminose, sulle quali tendeva a predominare
l’arabesco. (…) Dovevo lasciarmi andare e dimenticare le mie preoccupazioni
lontano da Parigi. Le odalische erano i numerosi frutti di una felice nostalgia,
di un sogno bello e vivo, e di un’esperienza vissuta quasi nell’estasi del giorno
e della notte, nel fascino di un clima”.
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Negli anni
’20 si accentua ulteriormente il legame tra maggior realismo, tridimensionalità
e ricchezza dei dettagli. “Odalische”
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L’ultimo passo compiuto da Matisse nel sentiero dell’estrema semplificazione e stilizzazione formale, che si risolve in un puro modulo decorativo, è rappresentato nelle grandi composizioni “Polinesia”, “Il cielo” e “Polinesia- il mare”(1946), che traggono ispirazione dal viaggio effettuato a Tahiti nel 1930; su uno sfondo a riquadri azzurri e celesti appaiono figure bianche dalle forme ambigue, arrotondate, ancora una volta a mo’ di arabesco, mare e cielo sembrano compenetrarsi, piante, pesci e uccelli si mischiano serenamente.Ancora una volta l’esotico suggerisce le forme per una decorazione densa di calma e pace. “Polinesia-
il mare” |