Istituto statale di Istruzione secondaria superiore - ISIS
Giuseppe Garibaldi - CESENA

CONDIZIONE DEGLI SCHIAVI A ROMA

Nella media un buono schiavo valeva all'incirca dodici volte più che uno schiavo inetto. Gli antichi romani si accontentavano di un servizio modesto; ma nell'età imperiale le file degli schiavi si videro ingrossare sino al punto che divennero degli eserciti. A quel che riferisce Ateneo, molti romani possedevano dai diecimila ai ventimila schiavi. Nell'apprezzare questi dati si deve procedere con cautela, perchè non è detto che tanta gente fosse tutta impegnata nel servizio personale del padrone: la coltura dei latifondi, le industrie che per i romani erano strettamente all' agricoltura (come la concia del cuoio, la fabbrica di mattoni e di vasi di coccio) e tutte le altre industrie o speculazioni, offrivano un campo senza limiti alla utilizzazione dello schiavo.  

Schiavi al lavoro

Schiavi nei campi

Gli schiavi della campagna erano ben tenuti e nutriti con larghezza, si è visto che in ogni villa rustica vi era il bagno, ma, soggetti a rigorosa disciplina e legati al duro lavoro della terra, facevano una vita faticosa: il trasferimento dalla famiglia urbana alla famiglia rustica era considerato come una punizione. Gli schiavi di città erano direttamente sotto gli ordini del padrone o di uno schiavo posto a capo di tutta l'amministrazione. Secondo le loro attitudini attendevano a uffici vari e di importanza diversa: alcuni erano addetti all'amministrazione, alcuni erano tesorieri, altri contabili; altri ancora si occupavano della pulizia della casa e delle suppellettili; altri erano propriamente dei camerieri adibiti alla persona del padrone o della padrona, specialmente quando si vestivano o facevano il bagno, o incaricati di far servizio nei banchetti. Dove c'erano bambini, un certo numero di schiavi era addetto alla loro cura. Vi era poi il personale di cucina: cuochi e sottocuochi, alle dipendenze dell'archimagirus che li comandava tutti. Addetti al servizio di corrispondenza erano gli amanuenses che ricopiavano le lettere, e i tabellarii, buoni e svelti camminatori, ai quali era affidato il recapito. La diversità dell'ufficio creava una distinzione fra schiavo e schiavo: è naturale che lo schiavo pagato di più fosse trattato con maggior riguardo. Vi erano, poi, delle differenze gerarchiche. Gli schiavi si distinguevano in ordinarii, specializzati in un determinato ufficio, e schiavi di fatica, fra i quali erano da mettere quelli addetti al servizio di altri schiavi.
Il diritto romano catalogava gli schiavi fra le cose: come cose, essi soggiacevano senza possibilità di controllo o di difesa allo sconfinato arbitrio dei padroni. Fortunatamente vi è nei popoli civili un insopprimibile senso di umanità che fa sorgere doveri reciproci e rapporti di simpatia anche fra uomini di diversa condizione giuridica e che, sempre, condanna la crudeltà senza scopo, l'abuso e l'inutile rigore.  Il trattamento degli schiavi dipendeva dal fatto che fossero barbari o semibarbari. 
GAIO (uno dei massimi giuristi romani) in      "INSTITUTIONUM COMMENTARII QUATTUOR", II 12-17,  scrive:                                                         "Vi sono tre tipi di utensili: quelli che non si muovono e non parlano; quelli che si muovono e non parlano (animali), e quelli che si muovono e parlano (schiavi)". 
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